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BECK PROPONE UNA TEORIA INTEGRATIVA DELLA DEPRESSIONE

di Antonello Viola
12 aprile 2016

In un nuovo articolo pubblicato su “Clinical Psychological Science”, Aaron Beck, il pioniere della scienza cognitiva che ha rivoluzionato la ricerca scientifica sulla depressione, e il suo collega Keith Bredemeier, dell’Università di Pennsylvania, mirano ad integrare i risultati ottenuti in una serie di importanti studi sulla depressione, per sviluppare un modello teorico globale e coerente del disturbo.
Con il loro modello unificato, Beck, James McKeen Cattell Fellow e Bredmeier, attingono dai risultati ottenuti a vari livelli di analisi in discipline diverse, tra cui cliniche, cognitive, biologiche e approcci evolutivi, e forniscono un quadro ampio che spiega la sintomatologia della depressione e il suo corso naturale, dalla sua insorgenza alla guarigione: “Tutte le scoperte e i risultati ottenuti in relazione alla depressione possono essere messi insieme per fornire un modello globale del disturbo che ne spiega le sue stupefacenti caratteristiche”, scrivono gli autori. Il loro modello unificato si basa sulla premessa che la depressione rappresenta un adattamento alla perdita percepita di risorse umane essenziali che consentono l'accesso ai bisogni della vita - tra cui la perdita di un membro della famiglia, un partner, o un gruppo di pari. Per le persone che sono più a rischio di grave depressione, a causa di fattori genetici o ambientali specifici, è più probabile che questa perdita sia percepita come devastante e insormontabile.
L’elevata reattività allo stress e le radicate distorsioni cognitive portano queste persone a rischio a coltivare convinzioni negative su se stesse, il mondo e il futuro, una combinazione che lo stesso Beck ha denominato “triade cognitiva negativa”. Una volta attivate (per esempio da eventi di vita stressanti), queste credenze innescano tutta una serie di emozioni ad esse coerenti, come la tristezza, l’anedonia, il senso di colpa, così pure come risposte comportamentali e fisiologiche come il ritiro, l’inattività, la perdita dell’appetito. La funzione generale di questo cosiddetto "programma della depressione", dicono gli autori, è quello di promuovere la conservazione d’energia, a fronte della perdita percepita di risorse. Nel corso del tempo, il “programma depressivo” rafforza le convinzioni negative, che prima di tutto mettono le stesse persone a rischio di depressione. Questo programma può essere fermato quando le risorse vitali vengono ripristinate, sia perché emergono nuove informazioni che correggono le distorsioni cognitive-pensieri negativi, o perché la situazione di per sé è cambiata. Fattori esterni come il sostegno di amici e familiari, la guida di uno psicoterapeuta, e il trattamento biologico (ad esempio i farmaci) possono aiutare a fermare il “ciclo della depressione”.
"Il nostro modello suggerisce che ogni intervento che ha come obbiettivo i fattori chiave che predispongono o che acuiscono, o i fattori di resilienza, può ridurre il rischio o alleviare i sintomi della depressione", spiegano Beck e Bredemeier.

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